PORTARE IL VINO ALLA BOCCA: E’ COSI’ SEMPLICE?

PORTARE IL VINO ALLA BOCCA: E’ COSI’ SEMPLICE?

Può sembrare una domanda superflua: che cosa c’è di più semplice o addirittura di più  ovvio?

In realtà, ero a conoscenza che esistono molti galatei e parecchi articoli  di blog che dettano le regole di come si scelgono i vini e gli abbinamenti più appropriati e anche nuovi, meno convenzionali, di come il vino va servito, sia al ristorante che nelle cene organizzate a casa, e di come il vino va bevuto! Tuttavia ne ho trovate di molto puntuali e, forse, troppo severe.

Certamente la buona educazione e il giusto equilibrio dovrebbero essere alla base di ogni comportamento. Per dirla alla maniera del maestro in fatto di galateo, Monsignor della Casa, i buoni costumi sono utili alla società e il giovanetto, a cui si rivolgeva, doveva fare propri gli ammaestramenti dati, se voleva mantenere la diritta via che gli avrebbe procurato la salute della sua anima e la lode e l’onore della sua famiglia.

Ecco siamo seduti a tavola! Si Inizia!

Se, idealmente, andiamo indietro nel tempo e immaginiamo un sontuoso banchetto del ‘500, troviamo, ne Il Galateo, una descrizione un po’ cruda di ciò che il giovanetto non deve assolutamente fare per evitare che accada qualcosa di molto spiacevole: non mettere il naso nel bicchiere del vino che altri devono bere o sul cibo che altri devono mangiare allo scopo di sentirne il profumo. Dal naso potrebbero cadere quelle cose di cui l’uomo ha schifo! Non porgere il bicchiere di vino, dove egli ha già messo la bocca, al commensale che gli è vicino, a meno che non sia un famigliare o un amico stretto. Nemmeno una pera o un altro frutto a cui ha già dato un morso, deve essere offerto! E, qualora queste sembrassero al giovine mancanze lievi, Monsignor della Casa ricorda che anche le percosse leggere, se sono molte, di solito uccidono!

E il Bon Ton dei nostri giorni che cosa consiglia nei riguardi di come si beve il vino?

Il rituale più consono prevede di prendere il calice, con tre dita, per lo stelo in modo da non scaldare il vino e non lasciare impronte sul cristallo. Sollevare, poi, il bicchiere e controllare il colore del vino inclinandolo verso uno sfondo chiaro così da avere la possibilità di cogliere la limpidezza, la consistenza, le tonalità, i riflessi del colore.

A questo punto tocca al naso che ha un compito molto importante. Con delicata nonchalance, bisogna ruotare leggermente il calice per qualche secondo in modo da far sprigionare gli aromi, avvicinare il naso al bordo senza toccarlo e, assolutamente, non infilarlo nel bicchiere e percepire i profumi regalati dal vino.

E’ il calice che va alla bocca e non viceversa! Finalmente si assaggia: si trattiene il vino in bocca per pochi attimi, il tempo di misurare la permanenza nel cavo orale del sapore che più è persistente, più è segno di pregio e di qualità.

E’ buona norma proseguire con piccoli sorsi, dosati e pulire ogni volta le labbra con il tovagliolo, prima e dopo. E’ piuttosto sgradevole lasciare residui di cibo sul bordo del bicchiere, residui che possono alterare il sapore del vino e essere  indice di maleducazione.

I tintinnii dei calici, l’uno contro l’altro per brindare, sono proprio esclusi dagli estensori dei vari decaloghi. Al massimo si permettono un cenno del capo accompagnato dalla mano che solleva il bicchiere e una frase appropriata, secondo la situazione. Per fortuna si accettano anche i proverbiali “ Cin Cin ” o “ Prosit ”.

In tutta sincerità, io trovo il brindisi attraverso il tintinnio dei calici, un segno di festa, di allegria, di partecipazione e, pure, espressione d’ intense emozioni! Mi vengono in aiuto i ricordi scolastici e quell’invito fatto da Orazio al caro amico Mecenate: non gli offrirà i vini pregiati che si trovano ai primi posti del catalogo, quali il Cecubo o il Caleno, ma il Sabinum, vinello di Sabina, servito in semplici boccali, che si trova all’ultimo posto dello stesso catalogo, ma che ha un valore aggiunto, preziosissimo, quello dell’amicizia. Infatti Orazio racconta che lo ha imbottigliato lui stesso, nell’anfora greca con tanto di sigillo, il giorno in cui a Mecenate era stata tributata, a teatro, un’ovazione di tale intensità che si propagò per tutta Roma.

La forma è estremamente importante; tuttavia, lo è altrettanto anche il contenuto!

a cura di Gigliola Trentin